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05 luglio

L'ATTIMO FUGGENTE...E SE FOSSE L'ULTIMO?

Ci scambiavamo sguardi furtivi; ci piacevamo ma nessuno aveva il coraggio di infrangere la barriera dei tabù imposti dalla famiglia, dalle tradizioni, dalla società. Fingevamo di avere due vite normalissime, di essere felici ma qualcosa dentro di noi prima o poi sarebbe esploso. Alessandro non era quello che si dice un figo. Un ragazzo normalissimo, anche piuttosto bassino e con un fisico magro con un po’ di pancetta, ma ,come me, un essere normale.
Ci si può innamorare di una persona se non la si conosce? Non so rispondere a questa domanda, posso solo dire che a me è successo. Infatti quando venne ad abitare nel palazzo di fronte al mio e lo vidi per la prima volta scoppiò dentro di me una scintilla che giorno per giorno ha dato vita ad un fuoco incontrollabile. Mai come in quel periodo ero contento di restare a casa e studiare per vederlo tornare da lavoro, uscire a comprare le sigarette ecc. Abbiamo fatto conoscenza; qualche chiacchierata frivola negli occasionali incontri nel cortile in comune dove c’erano i box delle macchine. I suoi occhi mi avevano rapito. Sembravano penetrarmi nell’anima e di fronte a lui avevo difficoltà anche a parlare. La mia mente si annebbiava.
Su di lui fantasticavo sempre: non immagini erotiche o volgari; ad occhi aperti sognavo di essere abbracciato a lui in riva al mare appoggiato sulla sua spalla a parlare ore ed ore. Devo dire che anche lui ricambiava i miei sguardi e quando ci incontravamo, le brevissime conversazioni che venivano fuori erano banalissime, del tipo «non ci sono più le mezze stagioni». Questo da un lato mi faceva credere che anche lui si sentiva agitato e imbarazzato di fronte a me, dall’altro per evitare di rimaner deluso mi dicevo che era inutile fantasticare perché tanto stavo solo prendendo un granchio.
Quando poi lo vidi baciarsi con una ragazza il mondo mi crollò addosso. Anche se una parte di me era preparata a questa delusione, in un piccolo angolo del mio cuore brillava una piccola speranza che forse io gli piacessi; quella visione spense in me ogni sogno.
Continuai la mia vita e devo dire che invece che passarmi, l’amore per lui diventava di giorno in giorno un’ossessione. Era sempre dolce e gentile e quando mi sorrideva tutto il resto del creato diventava così insignificante che mi sentivo in un’altra dimensione.
Una sera tornai a casa molto tardi. Erano circa le due di notte e rientravo da una tipica serata con gli amici a base di birra in un pub. Lo vidi seduto ad una panchina nel parchetto di fronte ai nostri palazzi. Era solo e aveva le mani sulla faccia. I gomiti appoggiati sulle ginocchia. Devo ringraziare l’alcol (ragazzi lo so che fa male bere, ma un po’ di coraggio lo dà e in certe occasioni ci vuole!) perché, dopo aver riposto la macchina nel box, mi recai da lui e gli chiesi: «tutto bene?». Alzò il suo volto verso di me e vidi una lacrima che gli percorreva il suo bellissimo (almeno per me) viso. Avrei voluto abbracciarlo subito e dirgli che con me era al sicuro… ma sfortunatamente il tasso alcolico non era tale da farmi fare questo. Per questo motivo mi limitai a dire: «ei tutto ok?». Lui mi fissò per qualche istante che mi sembrò almeno un secolo. Di nuovo la nebbia pervase il mio cervello, altro che alcol…
Mi disse: «si, tutto bene; più o meno. Qualche problema d’amore. Io e la mia ragazza ci siamo lasciati…». In tre anni il primo discorso serio.

A volte siamo ciechi. A volte non ci accorgiamo delle occasioni più importanti della nostra vita e le lasciamo scivolare sotto il nostro naso. A volte siamo codardi, perché non abbiamo il coraggio di lottare per ciò che vogliamo ma aspettiamo che qualcuno un giorno o l’altro bussi alla nostra porta e ce lo porti impacchettato.
In un primo momento pensai d’istinto ad una rivelazione: anche lui amava me; però poi la stramaledettissima parte razionale mi suggerì: ancora a fantasticare? Sicuramente è stato lasciato dalla sua ragazza che ama più di ogni altra cosa al mondo e adesso ci sta male.
Ahimè diedi retta al mio cervello e gli dissi:« tranquillo, vedrai che tutto si aggiusterà. Se siete destinati a stare insieme vedrai che tutto tornerà a posto». Lo avete mai sentito un discorso più ipocrita del mio?
Ma lui disse: «no, credo che non sia destino. Ci ho pensato molto ed ho capito che è inutile continuare a fingere, soprattutto quando capisci che sei un’altra persona, anche se fingi di non esserlo». Non era un discorso sui massimi sistemi. Mi stava lanciando un segnale che io non colsi, forse per paura, forse per non rimanere deluso. Restai in silenzio. Che stupido. Non colsi neanche i segni della natura. La serata era mite dopo tanti giorni di caldo soffocante; anzi soffiava un leggero venticello che muoveva appena le foglie dei rami degli alberi che ci circondavano. Il cielo era pieno di stelle lucenti che facevano da cornice alla luna piena più bella che avessi mai visto.
Nella città c’era un silenzio insolito. Eravamo solo io e lui nel mondo. Un motivo c’era no? Non lo capii.
Dopo un po’ gli dissi: «si a volte fingiamo di essere persone diverse ma non possiamo reggere in eterno a far finta di essere quello che non siamo; prima o poi esplodiamo. Io con la mia ex ragazza feci lo stesso e dopo due anni è finita nel peggiore dei modi. Poi mi sono ripromesso di essere sempre me stesso e con la mia ragazza attuale va tutto bene».
Perché avevo detto quelle parole? Non era niente vero. Non avevo alcuna ragazza e con la precedente era finita proprio perché mi ero accorto di essere attratto dagli uomini. Anzi me lo aveva fatto notare lei e da allora eravamo rimasti molto amici. L’unica persona che sapesse di me.
Eppure notai un’aria di smarrimento nei suoi occhi. Avevo infranto le sue speranze? Mi chiese:«ah, sei fidanzato?»
Ed io: «si da circa un anno».
Lui abbassò lo sguardo fissando il nulla.
La paura di perdere ci fa fare delle cose che in altre occasioni non faremmo mai.
Gli dissi: «Dai beviamoci su; andiamo a farci una birra e magari andiamo a rimorchiare qualche ragazza, così non starai triste». Mi guardò quasi con sgomento. Adesso, a distanza di tempo, posso interpretare quegli occhi. Mi stavano dicendo: ma allora non hai capito niente?
Si alzò e mi disse: «No, vado a dormire, grazie, sono molto stanco».
Non dissi niente ma annuii con lo sguardo.
Quando mi misi a letto, mentre la razionalità si assopiva il mio istinto me la fece pagare cara: ma sei un coglione. Quello ti ha detto praticamente che vuole a te se no ti raccontava quelle cose? Non sei mica il papa. Non avete mai fatto un discorso serio; secondo te perché ha raccontato tutte quelle cose proprio a te? Non sei mica il suo migliore amico…che idiota.
Mi ripromisi che il giorno dopo sarei andato da lui e chiarito tutto. Certo sarei stato cauto ma avrei capito la verità.
E poi la vita si prende gioco di noi…
Il giorno dopo mi svegliai piuttosto allegro. Subito andai alla finestra per vedere quella della sua camera e notai qualcosa di strano. C’erano delle macchine della polizia sotto il suo palazzo. Un senso di angoscia mi partì dallo stomaco e mi pervase il corpo. No. Non dovevo pensarci. Non avevo nessun sesto senso. Indossai velocemente degli abiti e mi recai alla porta per uscire. Vidi a terra una busta da lettera a me indirizzata. La voltai e il mittente era Alessandro.
La aprii subito e cominciai a leggere:
Caro Daniele,
scusami per stanotte. Ma credevo che tu potessi aiutarmi. Sono stato uno stupido. Non so cosa è successo, ma da quando sono venuto ad abitare qui qualcosa in me è cambiato. Dal primo momento che ti ho visto la mia esistenza si è stravolta. Ogni tuo sguardo, ogni tuo sorriso era per me un elisir di felicità. Poi però ho pensato che tu sei un ragazzo normale e avevo ragione. Quello anormale sono io… ieri sera mi hai dato la conferma.
Mi sono fidanzato per far credere a me stesso e al mondo che sono un ragazzo come tanti altri, che avrà i suoi figli e sarà nonno. Forse sono riuscito ad ingannare gli altri ma non me stesso. Ieri sera ti ho aspettato. Si conosco i tuoi orari, le tue abitudini. Avrei voluto dirti la verità; farti capire che mi sono innamorato di te. Ma la tua naturale spontaneità, la tua sincerità hanno evitato una tremenda umiliazione. Mi sarei accontentato di esserti amico, solo per starti vicino. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirtelo. Temevo che mi avresti deriso o peggio.
Non passa giorno che io non pensi a te. Sei la mia ossessione. La mia unica ragione di vita. E quando si perde l’unica ragione di vita l’unica possibilità per un uomo è quella di farla finita. Spero solo che dopo questa lettera non mi odierai; ricordati di me sempre. Spero che questo mio ultimo gesto disperato serva a qualcosa. Vorrei che la mia anima ti accompagni sempre e non ti lasci mai. È l’unico modo per starti vicino. Ti amo.
Alessandro
La lettera mi scivolò dalle mani. Rimasi pietrificato. Mi sentii svuotato. Mentre il foglio cadeva per terra una lacrima partì dai miei occhi e si perse nell’infinito della disperazione.
In seguito rilessi quella lettera mille volte; non so, forse leggendola ancora e ancora avrei trovato un modo per far tornare il tempo indietro di qualche ora. Non è mai successo nulla.
Sono passati tanti anni da quell’episodio, ma non sono mai stato più lo stesso. Il vuoto è rimasto dentro di me. Vado spesso alla sua tomba per portargli un fiore e gli dico solo: scusami, anch’io ti amo.

...non di Gelu Balne

Commenti (1)

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Annha scritto:
Carpe diem... Bello il "...non di Gelu Balne"
Annalisa.
5 Lug.

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